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Quale energia? Il dibattito tra gli scienziati

Un confronto serrato tra esperti e ricercatori di tutto il mondo raccolto all'inizio di novembre dal quotidiano americano The New York Times: di tutto e di più, intanto i gas serra aumentano

Un’inchiesta del New York Times rivela che il surriscaldamento globale è per la comunità scientifica la principale incognita del futuro. Ma sulle possibili soluzioni non c’è unità.

 

Secondo una serie di interviste riportate dal quotidiano americano, la maggior parte dei ricercatori statunitensi è convinta che un cambiamento climatico legato all’utilizzo del petrolio e carbone sia già in atto.

 

Diffusa anche la convinzione che il processo a questo punto non possa più essere invertito, ma solo fermato o rallentato, e questo solo se nell’intero pianeta partirà una rivoluzione del sistema energetico tesa a eliminare le fonti fossili di energia.

 

Su quali saranno però le nuove fonti destinate a soddisfare la richiesta globale di elettricità, gli esperti si dividono. C’è il partito del vento e del sole, quello che pensa di continuare a usare il petrolio ma con meccanismi che ne possano controllare le emissioni e le scorie inquinanti. E ci sono anche gruppi di ricerca legati al nucleare pronti a riproporre l’alternativa dell’atomo (in un paese dove i progetti per nuove centrali sono fermi da anni).

 

Secondo Martin I. Hoffert, fisico dell’Università di New York, e 17 altri ricercatori firmatari di un articolo su Science di inizio novembre, un’analisi delle attuali alternative ai carburanti fossili dimostra che nessuna di esse avrebbe la capacità di stabilizzare il clima.

 

Quello che occorre adesso è una grande accelerazione delle tecnologie del settore. Come? Attraverso un immane impegno di risorse pubbliche e private. Sullo stile del Manhattan Project, che in pochi anni arrivò alla bomba nucleare, o del progetto che portò l’uomo sulla Luna. Meglio ancora, secondo Hoffert, sarebbe avere sei o sette mega progetti in contemporanea e in competizione.

 

Quanto all’ordine di grandezza delle spese necessarie, l’ipotesi è di svariate centinaia di miliardi di dollari da erogare e spendere in 10-15 anni. Bisogna però partire subito, perché una tecnologia completamente nuova come quella che occorrerebbe ha biosgno di diversi decenni per passare dallo studio teorico alla fase operativa, e altri anni ancora per varare i progetti pilota e iniziare lo sfruttamento commerciale.

 

La soluzione, spiega Science, potrebbe essere un progetto che ora non riusciamo neanche ad immaginare, come quella di grandi concentratori solari in orbita che trasmettano l’energia alle centrali sotto forma di micro-onde.

 

Per un tale impegno scientifico, concordano gli studiosi, occorrerebbe una leadership internazionale, che potrebbe toccare agli Usa, se non altro per il suo grado di coinvolgimento nel problema.

 

Le concentrazioni atmosferiche di CO2, principale sottoprodotto della combustione di petrolio e responsabile dell’effetto serra, sono oggi il 30% più alte che all’inizio dell’Era industriale. Con l’arrivo delle industria nel Sud del mondo, l’accelerazione di questa concentrazione porterebbe, secondo diversi modelli virtuale, ad un aumento medio delle temperature dai 3 ai 10 gradi Fahrennheit di qui al 2100.

 

Ebbene, gli Usa producono oggi più anidride carbonica di ogni altro paese. Ogni americano genera circa il doppio di un giapponese o di un europeo (la riduzione del 18% del gas entro il 2012 promessa dal presidente Bush non cambierebbe di molto le cose).

 

Lo scorso marzo Hoffert e due colleghi dichiararono che per limitare la crescita della temperatura a 3,6 gradi F, le risorse “pulite” (cioè non producenti CO2) dovranno produrre dai 7 ai 25 miliardi di MW entro metà secolo, da 4 a 14 volt più di quanto fanno oggi.

 

Lo stesso segretario americano all’Energia, Spencer Abraham ha citato due mesi fa le ricerche di Science, spiegando che anche raggiungere i parametri previsti dal protocollo di Kyoto non risolverebbe il problema, in mancanza di tecnologie rivoluzionarie che cambino lo stesso modo di produrre, distribuire e consumare energia.

 

Abraham ha fatto due esempi di progetti per una “CO2 controllata” su cui sta lavorando il Dipartimento per l’Energia di Washington: la “carbon sequestration”, cioè lo stoccaggio sotterraneo del diossido di carbonio prima della sua dispersione nell’aria, e FutureGEn, un prototipo di centrale a carbone da un miliardo di dollari che produce minori emissioni; il suo obiettivo è sperimentare la trasformazione del carbone in idrogeno su scala industriale, da usare poi per celle a combustibile o turbine.

 

Queste tecnologie, secondo il New York Times, richiedono però ulteriori ricerche, strutture e spazi difficili da trovare e rischi di perdite e incidenti. Senza ricordare che il filtro finora teorizzato per “catturare” l’anidride carbonica consumerebbe da solo il 20-30% dell’energia prodotta dalla centrale.

 

Nessuna delle attuali alternative al petrolio, elenca poi il New York Times, sembra decisiva. La fusione a freddo, che produce energia trasformando atomi di idrogeno in Elio (come all’interno del sole), sembra poco praticabile, visto che finora l’energia spesa per attivare i reattori e quella prodotta si equivalgono.

 

Un’ottimizzazione dell’uso dell’energia, ad esempio con un maggiore isolamento delle case, o auto che consumano sempre meno, può solo servire a guadagnare tempo. Le celle combustibili a idrogeno sposterebbero invece solo il problema a come produrre energia per innescare il processo.

 

Ancora, le centrali idroelettriche hanno già raggiunto in molti paesi il livello massimo che i bacini idrografici possano sopportare. Il nucleare deve affrontare ovunque il diffuso timore di incidenti nelle popolazioni e, soprattutto, il problema dello stoccaggio e smaltimento delle scorie.

 

C’è il sole. Il costo dei pannelli è enormemente calato in pochi decenni. Oggi un kilowattora di elettricità prodotto da un pannello solare costa solo 35 centesimi di dollaro. Ma per arrivare ai costi dell’energia da carburanti fossili, 1-2 centesimi a Kilowattora, richiederebbe ancora investimenti e ricerche.

 

Finora il confronto sul piano commerciale è ancora improponibile. Anche l’industria del vento può migliorare, in Danimarca il 17% dell’energia viene da turbine eoliche. Le turbine più moderne producono un kilowatt ora per 4-5 centesimi. E possono migliorare. Il problema di queste fonti pulite è la loro intermittenza, che le rende inadatte all’industria se non in presenza di enormi batterie o “depositi” che, a tutt’oggi, non esistono: come un’ipotizzata “bolla artificiale” di aria compressa prodotta dalle centrali eoliche quando c’è vento e utilizzabile per alimentare una turbina a distanza di tempo.

 

In Usa però non manca un partito per il rilancio dell’atomo. Marvin Fertel, dirigente del Nuclear Energy Institute, un gruppo industriale, sostiene che il surriscaldamento globale avrebbe fatto cambiare idea a molti gruppi ambientalisti che “in segreto”, non sarebbero più così ostili ai reattori.

 

Un gruppo di ricercatori dell’Electric Power Research Institute di Palo Alto, California, chiede una nuova espansione del nucleare, unitamente però al passaggio dal gasolio all’idrogeno per auto e mezzi pesanti: il nucleare servirebbe cioè a innescare la produzione di idrogeno, mentre speciali cavi creati con nuovi superconduttori distribuirebbero insieme elettricità per le case e carburante per i mezzi di trasporto. Il tutto in 30-50 anni, promette il fondatore dell’Istituto, Chauncey Starr.

 

Restano le “grandi idee”. I pannelli orbitanti, dicevamo, che eliminerebbero l’intermittenza della fonte solare. Mentre Klaus S. Lackner, geofisico della Columbia University sostiene che un giorno potremmo riassorbire e riutilizzare l'anidride carbonica in eccesso nell’atmosfera. Potendo ripulire l’aria, in questo caso, potremmo continuare a usare le solite vecchie fonti di energia, risparmiandoci le spese per cercarne di nuove. Le spese del “riassorbimento” andrebbero, sotto forma di tasse, ai maggiori inquinatori. E la CO2 ricatturata potrebbe diventare in qualche modo nuovo combustibile artificiale. All’infinito. Ma questa è ancora teoria.


Matteo Benedetto


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